C'è una cosa che fanno quasi tutte le donne capaci che conosco, professionalmente e nella vita privata. La fanno così in automatico che non si accorgono nemmeno di farla. Dicono sì quando vorrebbero dire no.
Non per ignoranza. Non per debolezza. Lo fanno perché da qualche parte, in modo sottile e mai dichiarato, hanno imparato che tenere unito il gruppo, non deludere, essere disponibili — vale la loro pace interiore. Vale la loro energia. Vale, a volte, anche la loro salute.
E poi arriva il momento — in una riunione, in una cena di famiglia, in una relazione — in cui si guardano intorno e realizzano: ho dato tutto e non mi rimane niente. Come ci sono arrivata fin qui?
Quello che hai già provato — e perché non funziona
Quando si arriva a quel punto di stanchezza mentale, la prima cosa che si fa è cercare di imparare a dire no.
Si leggono articoli su come porre limiti. Si guardano video su come "gestire le persone difficili". Si impara che bisogna comunicare i propri bisogni in modo assertivo, che i confini sono sani, che ci si deve rispettare.
Giusto. Tutto giusto.
Ma poi arriva il collega che ti chiede di coprirlo un'altra volta. Arriva tua madre con quella voce. Arriva il tuo compagno con quella frase che sai già a memoria. E tu — che hai letto tutto, che sai come si fa — cedi ancora.
Non perché non hai capito la teoria. Ma perché nel momento in cui provi a mettere un confine, qualcosa dentro di te si attiva e ti dice che stai sbagliando. Che sei egoista. Che stai deludendo qualcuno. Che non ne vale la pena, che passerà, che è meglio così.
Quella voce è più forte di qualsiasi tecnica tu abbia imparato.
La cosa che nessuno ti dice sui confini personali
Stabilire confini sani non è un problema di comunicazione. È un problema di identità.
Puoi imparare tutte le frasi giuste. Puoi esercitarti davanti allo specchio. Ma se dentro di te non hai una risposta solida alla domanda "chi sono io e cosa ho il diritto di volere?" — ogni confine che provi a mettere si sentirà come una violazione. Di te stessa, prima ancora che degli altri.
Perché molte donne — e questo è il punto che quasi nessuno nomina — non hanno mai smesso di chiedere il permesso di esistere.
Non in modo conscio. Non in modo drammatico. Lo fanno ogni giorno, in mille modi piccoli: modificano quello che stanno per dire prima ancora di dirlo, smorzano il tono, aggiungono un "forse", un "non so", un "scusa se ... ". Si rendono più piccole per fare spazio a tutti gli altri.
E quando provi a mettere un confine partendo da questa posizione, da una donna che ancora non si sente del tutto legittimata a occupare spazio, il confine non reggerà. Non perché tu non sappia come si fa. Ma perché non ci credi veramente.
I confini non crollano per mancanza di tecnica. Crollano per mancanza di identità.
Cosa significa davvero costruire confini che tengono
Le donne con cui lavoro arrivano spesso con questa sensazione: sanno cosa dovrebbero fare, ma non riescono a farlo davvero. Non in modo stabile. Non senza sentirsene in colpa per giorni.
Il lavoro che facciamo insieme non parte dal "come dico no". Parte da molto più in profondità: dal capire cosa si crede di meritare, da dove viene il bisogno di compiacere, e — soprattutto — dal costruire un'identità abbastanza solida da non aver bisogno della conferma degli altri per sentirsi a posto.
Una delle donne con cui ho lavorato di recente mi ha detto una cosa bellissima, qualche settimana dopo l'inizio del percorso: "Ho rifiutato una cosa al lavoro la settimana scorsa. Non mi sono scusata. Non ho dato spiegazioni. E sai la cosa strana? Non mi sentivo in colpa. Mi sentivo me stessa."
Questo è il cambiamento che creo insieme alle mie clienti. Non persone che sanno dire no. Persone che non sentono più il bisogno di giustificarsi per farlo.
Perché un confine sano non nasce dalla tecnica. Nasce dalla consapevolezza di valere.
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Se stai leggendo queste righe e stai pensando "sono io", "so tutto questo ma non riesco a farlo davvero" ... quella distanza tra il sapere e il fare è esattamente il posto in cui lavoro io.
Non ti chiedo di cambiare tutto domani. Ti chiedo solo di fermarti su una cosa: l'ultimo confine che non hai messo — a chi stavi chiedendo il permesso?
Se vuoi capire come si fa questo lavoro davvero, scrivimi una mail a roberta.schiazza@libero.it o lascia un commento qui sotto. Ti rispondo di persona e ti racconto come lavoriamo insieme.

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